Le consuetudini sociali e familiari di un paese di montagna come Forni di Sopra rispondevano in passato a esigenze di sicurezza collettiva, di coesione comunitaria e di riti propiziatori legati all'economia agricola.
Un adattamento faticoso in un ambiente naturale complesso verso il quale la vita assumeva una dimensione subordinata, senza inutili contrasti o competizioni, bensì attraverso il rispetto del territorio e la conoscenza - spesso il timore - dei fenomeni naturali.
La natura impervia, l'isolamento geografico e stagionale, i transiti difficili hanno formato e consolidato nei secoli usi e costumi fornesi, molti del quali sono simili ad altre realtà montane anche esterne alla Carnia.
Questo patrimonio etnico costruito nel tempo si è andato progressivamente offuscando, sepolto e cancellato dai rumori, dalla fretta, dall'indifferenza imposta dalla civiltà industriale e consumistica che a Forni si è concretizzata di pari passo al fenomeno turistico.
Converrà pertanto affidarsi alla memoria, sempre più labile, data la scomparsa della tradizione orale, del dialogo familiare, del travaso generazionale ove gli anziani trasmettevano conoscenze e usanze, e recuperare quei pochi ricordi che il tempo ci regala.
C'era una volta...
Pàsca, Nadal e santìsim Carnaal. Queste erano, e sono, in sintesi le ricorrenze da ricordare, da festeggiare, da santificare e che rappresentano il compendio di retaggi arcaici dei montanari fornesi.
La Pasqua cristiana, legata alla religione dominante, è anche festa primaverile pagana con le focacce, i giochi all'asciutto (cuan'ca tarine) sulle piazze (clapùs, palàncas, tiringàndo, al nòno, i pai, il tiro dell'uovo ... ), il discorrere sulle panche, il sole che ai primi di marzo scavalca Cimacuta (al pàsa al Píc). La partecipazione ai riti che la precedono è motivo di incontri, di tradizione vissuta e anche di fede, con la domenica dal Ulif, las coranta òras, e la suggestiva funzione serale del venerdi (vérs sént) con la processione notturna cantata, i fuochi sul colle del Paradis e il rimbombante fracasso dàlas cràsalas.
Questa ricorrenza coincideva spesso con la stagionale partenza degli emigranti. Gli uomini (tagliapietra, boscaioli, tessitori) si incamminavano verso la Prussia, il Tirolo, la Moravia e la Galizia (dopo vennero le Americhe) accompagnati, così si racconta, dalle loro donne - le nostre nonne- cariche del baule, fino a Sesto in Pusteria.
Nei prati, sui cigli del seminato (tai ruòis) inizia il primo verdeggiare, si raccoglie il Tarassaco (las àrbas); lo spargimento del letame per il foraggio (frusa lídan) prelude ad una lunga serie di lavori agricoli sui campi e nelle stalle, con ai piedi i caratteristici zoccoli (1as làpas) calzati sopra i scarpéss.
Dopo le propiziatorie rogazioni di San Marco (tre processioni sui prati del paese in difesa dei raccolti) hanno luogo le semine nei campi e, con l'arrivo dell'estate, i tre tagli del foraggio (cultùra, altiguòi e altigurìn) trasportato con speciali attrezzi di legno (las pramidóras) sul fienile (tulat) a formare enormi e profumati mucchi di fieno (i tasiéi).
Una data importante ricorre nel mese di giugno: quella del giorno 24 dedicato attualmente a S. Giovanni Battista. In questa mattina, al levar del sole, la figlia primogenita va a raccogliere nel bosco e bagna nella rugiada un ramo di Viburno (la bachéta di San Suàn) il quale, dopo essere stato portato in chiesa (sòt las còtalas) a ricevere la benedizione, verrà usato contro il malocchio battendo, durante un rito tutto particolare, alcuni capi di vestiario della persona che si crede «stregata».
Durante i mesi estivi ha luogo la tradizionale monticazione con bovini e ovini portati al pascolo sulle malghe dal 29 giugno al 7 di settembre.
La presenza dei pastori sull'alpe si legava alle antiche usanze con l'accensione dei fuochi notturni purificatori - dàla Madòna d avòst - sulle cime dei monti: Boschét, Clap Varmòst, Siéla ed altri.
Ma c'è, in questo periodo, anche la transumanza umana verso gli stavoli che punteggiano i declivi, dove donne, vecchi e bambini vanno a falciare, pascolare, giocare, sognare.
Questi spostamenti di intere famiglie sono preceduti dal completamento del lavoro nei campi e dalla partecipazione alla festa religiosa (con venature pagane) del «Corpus Domini». In particolar modo alla processione, nella quale accanto al sentimento religioso affiorano motivi pre-cristiani derivanti dall'importante culto celtico del solstizio d'estate, con la formazione di archi di abete e maggiociondolo (i mais) lungo le strade e l'esposizione di bambini e immagini sacre.
I raccolti che seguivano, se copiosi, erano motivo di allegria nelle familiari, limpide e fresche serate autunnali (si i n vìla) dagli incredibili colori e odori e dagli assoluti silenzi. Il buio precoce dei dopocena veniva così dedicato a discosala fasói (togliere i fagioli dal baccello), a disfuojá e disgarnila panoIas (togliere il cartoccio e sgranare le pannocchie), a fá scarpéss (tipiche calzature di velluto nero, ricamate quelle femminili, con la suola di pezza trapunta) e a parlare di ricordi, di storie antiche, racconti dell'emigrazione, proverbi e gesta con i quali veniva tramandata oralmente la tradizione, il sapere, la parlata che rappresenta l'essenza e l'esistenza della comunità isolata.
La processione del Pardòn dal Rosari (prima domenica di ottobre), a chiusura delle feste religiose legate all'agricoltura, e il rito notturno dei defunti, quale sentito legame con gli avi (1 novembre), precedono la sagra paesana, al Marciat, del 21 novembre (Madòna dala Salút): giornata di acquisti e di incontri extrapaesani con vicini e conoscenti della Carnia e del Cadore.
E' il preludio dell'inverno.
Odori di fumo, di brulèe di bivaròns (intruglio di erbe bollite per i bovini) .
Neve. Prin di Nadál fiar e asal, ché di dòpa dùta stòpa.
Arrivano gli emigranti con sigarette, cioccolate, nuovi attrezzi e visioni di terre lontane; le strade interne sono spalate a mano con la classica pala di véspal e suddivise ogni dodici famiglie: las dosénas. A «compenso» di questo servizio al termine della monticazione il Comune procedeva, sulla piazza del municipio (12 settembre), al sorteggio dei bulitins: prati di alta quota, spesso sopra le rocce, dove veniva falciato il fieno selvaggio.
I ragazzi si tirano palle di neve (plòmbia e nò siniségna), costruiscono i camaròtis (sorta di igloo) e all'imbrunire giù a capofitto (da Stalas, dala Palù, da Palòtas, da Clévas) con slitte ed ogni tipo di slittini: bickìns, luòsias e i grandi lusiòns.
Le feste a cavallo dell'anno iniziano con i madìns natalizi (messa di mezzanotte), i balli di fine d'anno, le cene dei coscritti per finire con i regali di capodanno ai fiòss - la bonbuòna - e la calza della befana.
La neve chiude le strade però agevola i trasporti.
Ed ecco allora, prelevate dai fienili, le slitte (las bickìnas) che scivolano veloci lungo ripidissimi sentieri, aperti con ghette e racchette (cialsons e ciàspas), cariche di fieno e sfiséis di véspal, frenate da scarponi cùi fiars e un ceppo a stròss; oppure trainate sulla neve gelata (ca tén a tuònick) cariche di letame per campi e prati.
Chiome di nevischio si alzano dalle candide vette (fenomeno atmosferico detto: al gònf. I torrenti sono lastre di ghiaccio e il freddo gela le strade: per non scivolare, meglio calzare las dàlbidas (zoccoli di legno con ramponi) portate sopra i scarpéss così da rimanere caldi e asciutti.
Gli indumenti si appesantiscono, uomini con giacconi e «stiriane», bambini con calze lunghe di lana, donne con sciarpe nere; mantelli e cappellacci che coprono facce sconosciute, ghigni e sberleffi.
Siamo in gennaio, ma questo non è solo freddo, questo è già... in ciasa si po?
Carnevale, con i suoi scherzi, le maschere, la musica. Si vive un periodo dove le regole si allentano, l'ambiguità diventa legge, si scambiano ruoli sociali e sessi e i cròsti vengono annaffiati con grappa e vino caldo.
Il mondo è capovolto, giovani e no partecipano alle mascherate fino al martedi finale di carnavalòn. Sono rimaste famose le grandi e originali rappresentazioni dei Tiàcss (abitanti di Andrazza), per la fantasia nei costumi unita all'orchestrina completa di fòla e liròn.
La quaresima impone polénta e cospitòn, ma già le prime rondini (làs sisilas) e lo sgocciolare dei tetti (al gotâ dàlas straséas) ci parlano di primavera. |